L'assedio Ottomano

Dopo gli eventi che hanno portato alla terminazione del trattato di pace tra Ottomani e Cavalieri e, sopratutto, dopo la caduta di Mitilene nelle mani degli Ottomani nel 1462, iniziano i preparativi da parte dei Cavalieri per l’imminente assedio di Rodi.

Il primo assedio

Il grande momento arrivò il 23 Maggio 1480. Una flotta di circa 170 navi sbarcò quasi 100.000 uomini dell’esercito ottomano nel golfo di Trianda, sulla costa nord-ovest dell’isola, a breve distanza dalla città. Le forze turche erano guidate dal Gran Visir e ammiraglio, il Mesih Pascià Paleologo.

Nel frattempo, su ordine del Gran Maestro, gli abitanti della campagna si chiusero nei possenti castelli di Lindos, Faraclos, Monolitos, Niocastro (Castello) e Kattavià, mentre gli abitanti delle isole minori di Nisiro, Calchi e Tilo si rifugiarono nel castello di Rodi. Come sarebbe risultato evidente in seguito alle operazioni belliche, la tattica di Paleologo e dei suoi ufficiali fu quella di isolare fin dall’inizio la città dal mare, da dove gli assediati aspettavano aiuti e viveri e poi, dopo aver attaccato le fortificazioni sul mare che erano più deboli, di espugnare il castello. L’elemento chiave della difesa dei due porti era la torre di S. Nicola. Era stata costruita nel 1464-67 all’estremità del molo omonimo a circa 500 metri a Nord e all’esterno della fortificazione principale e aveva sotto il suo controllo i due porti, del Commercio e di Mandraki, nonchè l’entrata est di Acandia. Era inoltre il più importante baluardo della difesa del lato nord della città, verso il mare. Pertanto il primo compito degli ottomani fu il tentativo di impossessarsi di questa torre. Dopo averla spietatamente colpita con l’artiglieria, il 9 giugno la fanteria attaccò ad ondate successive. In aiuto alla guarnigione della torre accorse lo stesso Gran Maestro P. d’Aubusson. Dopo una lotta accanita il nemico fu respinto. Una manovra d’attacco ugualmente poderosa fu sferrata dagli Ottomani anche ad un settore della città posto sul mare.

Il settore est della cinta, verso il golfo di Acandia, dove si trovava il quartiere degli ebrei e combatteva la lingua d’Italia, era piuttosto debole. L’artiglieria turca con un fuoco serrato aveva provocato grandi brecce nella fortificazione della postazione dell’Italia. I Cavalieri, con l’aiuto del popolo, avevano scavato all’interno un nuovo fossato, innalzato nuove fortificazioni e aspettavano il grande attacco. Mentre la postazione della lingua d’Italia era sotto fuoco continuo, gli ottomani sferrarono un secondo attacco alla torre di S. Nicola. I Giovanniti reagirono ancora con coraggio e risolutezza e dopo una lotta cruenta da entrambe le parti, durante la quale, secondo testimonianze dei contemporanei, il mare fu tinto di rosso dal sangue degli uccisi, il pericolo venne respinto ancora una volta. L’ultimo atto del dramma si svolse nel quartiere ebraico della città. All’Alba del 27 luglio, giorno della festa di San Pantaleone, gli Ottomani sferrarono il grande attacco e la loro avanguardia, circa 2.500 giannizzeri, riuscì a prendere la torre d’Italia e a penetrare nella città. La lotta continuò furiosa.

Mentre l’esercito ottomano attaccava ad ondate, da tutta la città accorrevano i cavalieri per respingerli. Il Gran Maestro, ferito cinque volte, dirigeva la battaglia e lottava lancia in mano. Dopo circa tre ore il nemico, decimato e stremato, iniziò a ritirarsi. Il contrattacco dei Cavalieri mise in fuga disordinatamente i Turchi che trascinarono via anche il Gran Visir. I Giovanniti arrivarono fino alla sua tenda e, oltre al resto, presero anche lo stendardo sacro dell’Islam. I Turchi morti quel giorno toccarono le 3-4 migliaia.

Il 17 agosto del 1480 Mesih Pascià tolse l’assedio e con ciò che gli era rimasto risalì sulle navi e partì per il porto di Fiskos da dove era salpato. L’anno successivo un gran terremoto colpì Rodi e diede il colpo di grazia a ciò che l’artiglieria turca aveva lasciato semidiroccato. Secondo testimoni oculari la visione era terrificante. Le fortificazioni e gli edifici della città erano divenuti per la maggior parte un ammasso di rovine. I villaggi erano stati distrutti, gli alberi e le coltivazioni erano bruciati e gli animali razziati. Il popolo dell’isola decimato, aveva fame. I Cavalieri affrontarono la situazione esentando il popolo dalle tasse, distribuendo grano, inoltre prendendo provvedimenti per l’agricoltura e l’allevamento e iniziando la ricostruzione delle fortificazioni e degli edifici sia pubblici che privati.

Il secondo assedio

Le forze degli Ottomani, guidate dal cognato del sultano Solimano (Suleyman) il Magnifico e secondo Visir, Mustafà Pascià, sbarcano a Rodi il 26 Giugno 1522. L’esercito di terra raggiunse i 200.000 uomini circa. In esso erano compresi 10.000 Giannizzeri e più di 60.000 specialisti nella costruzione di cunicoli sotterranei per far saltare in aria le fortificazioni.

Le navi che arrivarono per prime a Rodi furono circa 280, grandi e piccole, mentre durante l’assedio raggiungeranno le 400. Rodi a sua volta fu difesa da un contingente di 6-7.500 uomini, di cui solo 290 circa erano cavalieri il resto erano mercenari Greci e Latini. Tutti i contadini che non si erano rinchiusi nei castelli di Lindos, Faraclos e Monolitos, affluirono nella città con le loro famiglie e gli animali e durante l’assedio aiutarono come possibile. La tattica offensiva degli Ottomani fu diversa da quella del 1480. L’attacco avvenne sostanzialmente contro la fortificazione sulla terraferma, mentre l’enorme flotta turca dalla parte del mare sbarrò i porti. L’artiglieria degli Ottomani iniziò a bombardare a ritmo serrato le postazioni di Spagna, Inghilterra e Provenza, mentre la fanteria sferrò attacchi ad ondate successive che però non ebbero successo. Al contrario, anzi, oltre al fuoco micidiale che ricevettero sulle mura, i contrattacchi degli assediati seminarono la morte. L’esercito Ottomano, fino ad allora famoso per la combattività e disciplina, iniziò a demoralizzarsi e nei suoi ranghi si manifestarono segni di insubordinazione. Di fronte a questa situazione Pirì Mehmet Pascià avvisò il Sultano di affrettare il suo arrivo a Rodi. Solimano arrivò il 28 luglio con navi ed esercito di rinforzo e risollevò il morale dei suoi uomini. La lotta continuò da allora giorno e notte a ritmo incessante e con lo stesso vigore da parte dei due avversari. Gli Ottomani scavarono dei cunicoli per penetrare in città o per far saltare in aria sezioni della cinta e far passare di lì la fanteria.

I Cavalieri riuscirono quasi sempre a neutralizzarli. Un poderoso attacco contro la lingua d’Inghilterra si risolse in una strage per l’esercito Ottomano. Quel giorno ne morirono 2 migliaia circa. Demolirono l’altissimo campanile di S. Giovanni e semidiroccarono la torre di S. Nicola. In un successivo attacco alla postazione della lingua d’Inghilterra gli Ottomani persero 3.000 uomini. Le mura della postazione della lingua d’Italia si trasformarono in un ammasso informe a causa dei cannoni del Pascià. Agli inizi di Settembre si presentarono spontaneamente nell’accampamento di Solimeno dei rappresentanti delle isole di Nissiros e Tilos e gli consegnarono le chiavi dei loro castelli.

Il primo grande attacco generale venne sferrato il 24 Settembre contro le postazioni di difesa delle lingue di Spagna, Inghilterra, Provenza ed Italia. Gli avversari lottarono corpo a corpo. Gli attacchi si succedettero ai contrattacchi. La posizione della lingua di Spagna cambiò mano due volte. Infine gli Ottomani si ritirarono. I Cavalieri si impadronirono di 40 stendardi, mentre mucchi di cadaveri coprivano la zona attorno al castello. Il mare vicino alla postazione dell’Italia si colorò di rosso per il sangue dei morti e dei feriti, come nell’assedio del 1480. Gli Ottomani lamentarono 15-20.000 morti. I cristiani più o meno 200, mentre i feriti furono 150. In questa battaglia tutti gli abitanti della città, compresi i bambini e i vecchi, lottarono senza risparmio per respingere l’attacco.

L’insuccesso sconcertò il Sultano. Ci furono momenti in cui, deluso, pensò di togliere l’assedio e di ritirarsi. Lo trattennero le informazioni di un fuggiasco albanese e il tradimento del gran cancelliere Andrè d’Amaral. Entrambi lo rassicurarono della grande scarsità di viveri, materiale bellico e sopratutto uomini di cui gli assediati soffrivano. Le fortificazioni erano praticamente rovinate e non c’erano più braccia per ripararle. Il 27 ottobre fu scoperto il tradimento del gran cancelliere d’Amaral. Sorpresero il suo servitore Diez, che mandava messaggi con delle frecce agli Ottomani e li informava da parte del suo padrone, della situazione esistente nella città assediata. Gli interrogatori rivelarono che il traditore si era accordato con i Turchi per aprire una porta e farli entrare in città il 1° novembre, giorno di Tutti i Santi. Il 5 novembre i due complici furono giustiziati.

Alla fine di Novembre venne sferrato di nuovo un grande attacco contro le postazioni di Spagna e d’Italia, ma anche questo venne respinto e sul campo restarono 3.000 Ottomani vittime. L’assedio ininterrotto di quattro mesi aveva sfinito i soldati da ambo le parti. Gli Ottomani astutamente, si rivolsero direttamente al popolo di Rodi. Sapendo quanto fosse a terra il morale della città a causa della fame, delle malattie, delle sofferenze e della paura della morte, con alcune frecce lanciarono dei messaggi in città promettendo alla gente comune, in caso di resa della città, pace, rispetto della religione e dell’onore ed altro e minacciando che, in caso di espugnazione con le armi, non sarebbero mancate stragi, saccheggi e schiavitù.

All’inizio i capi dei Cavalieri non volevano sentir parlare di resa ma in seguito, sotto la pressione della situazione, hanno deciso di iniziare negoziati. Venne pattuita una tregua di tre giorni (11 – 12 – 13 Dicembre), ma i Rodioti chiesero maggiori garanzie per la loro vita. Il Sultano adirato riprese i bombardamenti e il 17 Dicembre i Turchi presero il bastione di Spagna. Da un momento all’altro la città rischiava di cadere nelle mani musulmane. Una ambasceria di Greci e Latini si presentò a Solimano il 22 Dicembre e dichiarò di accettare le condizioni di pace che lui aveva proposto e che in breve, erano le seguenti: i Giovanniti entro dodici giorni potevano andarsene prendendo con sè le armi e quanto altro volevano. Tutti i Rodioti, Greci o Franchi, che volevano andarsene, potevano farlo nel giro di tre anni.

Nonostante il trattato ci furono episodi di violenza e saccheggi da parte dei Turchi il giorno di Natale. Dopo la firma ufficiale e lo scambio di visite tra il Gran Maestro e Solimano, i Giovanniti insieme a 4-5.000 persone e al metropolita greco Klimis salirono sulle loro navi e all’alba del 1° gennaio 1523 salparono con destinazione Creta. Una relazione delle vicende dell’assedio, scritta da un testimone oculare europeo il 7 novembre 1522, circa un mese e mezzo prima della resa di Rodi, valuta i morti musulmani a 50.000 e quelli cristiani a 2.000 circa.